Seguitemi, lasciamo per pochi istanti questo evo barbaro che stiamo vivendo. Torniamo indietro nel tempo, quando il Cristianesimo era sapido ed ardente. I secoli in cui i Vescovi non pensavano ai soldi e al potere, ma alla salvezza delle anime. Lasciamoci alle spalle l’immagine degli eroi televisivi odierni, patinati e con le ciglia rifatte, per incontrare i veri eroi della storia, uomini interi e coraggiosi.
Siamo agli inizi del II secolo in una non ben precisata area dell’Impero Romano. Un valente generale romano di nome Placido sta cacciando nei boschi ed ecco, un cervo maestoso si palesa ai suoi occhi. Inizia la rincorsa nella fitta foresta. Il generale, abituato a vincere sui campi di battaglia in nome dell’Imperatore, non può farsi scappare una simile preda. Correndo con il suo cavallo non si accorge di aver seminato il suo seguito di soldati e servi, ora è solo. Ad un certo punto, nel buio della selva, il cervo si ferma e si gira, fissando negli occhi il suo carnefice che, in groppa al cavallo, è pronto a scagliare il dardo mortale. Un silenzio irreale incombe sulla scena. La natura si è ammutolita. Si sentono solo i respiri concitati e i battiti del cuore dei due esseri viventi, uno di fronte all’altro. Miracolosamente, tra i palchi delle corna del cervo si vede scintillare una luce, una luce a forma di croce. E, cosa ancor più incredibile, una dolce voce che sussurra all’orecchio e al cuore del generale queste parole: “Placido, perchè mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere”.
Sconvolto dall’accaduto, il magister militum non è in grado di ferire il cervo, tanto meno di scagliare il colpo mortale. Ammutolito e meditabondo, si ricongiunge con il suo seguito per poi ritornare a casa. La moglie Tiziana, nel frattempo, riceve in sogno una visione. I due sposi si confidano a vicenda ed entrambi capiscono. Si recano dal Vescovo di Roma, Papa Alessandro I, chiedendo di essere battezzati, insieme ai loro due figli. Placido cambia il suo nome in Eustachio, che in greco vuol dire “che dà buoni frutti“.
La Legenda aurea del domenicano Iacopo da Varagine (1260 circa) narra anche del suo martirio. L’Imperatore Adriano, saputo del suo rifiuto di immolare offerte agli idoli pagani e quindi della sua conversione alla nuova (e vera) fede, condanna Eustachio e la sua famiglia a morte. Subisce il martirio a Roma, il 20 settembre 120, arroventato con altri cristiani dentro il “toro di Falaride”.
La Tradizione cristiana fa di Eustachio il Patrono dei cacciatori. A questo proposito i bresciani si ricorderanno la chiesetta, ormai sconsacrata, dedicata al Santo in questione (che ha dato il nome al quartiere S. Eustacchio) costruita proprio accanto alla residenza di caccia dei Vescovi di Brescia.
